(Possibile che l’espressione occupi tanto spazio in questa vita? Mentre il paesaggio muta, con vitale impulso si trasforma orientandosi lungo i punti cardine di questo mondo, un concetto si espande fin quasi a sovrapporsi alla realtà esterna. Eppure anch’esso cambia incessantemente…)
Quel filo lungo, appeso a una trave; un cappio attorno al collo; ogni cosa sembra ora oscillare, e nel farlo scandisce un ritmo cupo; gli impiccati di sempre convogliano, pendendo gravi, un vento fetido che spira incessante, un’aria pesante che gli accaldati avventori di qualche fumoso e malsano locale scambiano per tiepida e vitale brezza. Sembra quasi un tentativo per opporsi al richiamo della terra, quello di appendersi: la testa da una parte, verso l’alto, libera dal doloroso inciampo degli arti, del busto sofferente; sotto una protesi marcescente, perennemente in via di decomposizione, destinata al disfacimento e concessavi a cuor, tutto sommato, leggero. Probabilmente la condanna all’impiccagione intende proprio ridurre ogni residuo di ribellione all’impotenza, sia essa organica o anche solo simbolica: più nessun potere, espletato per mezzo del corpo, più nessuna stretta di mano, corsa disperata, più nessun affronto corpo a corpo: solo un’inerte meditazione, un pensiero alleviato, costretto a fuggire rapido davanti all’ordine scrupoloso dei concetti che prima si snodavano lungo l’intero percorso di quel corpo dove le parole che tracciavano le nostre riflessioni scendevano lunghe e contraddittorie. Ora, racchiusi in testa, possono solo sfilare lucidamente, procedere senza la possibilità di una diluizione che ne farebbe solo vuoti significanti.
Le mani gonfie per un improvviso arresto nella circolazione del sangue; il fiato strozzato in gola, tutto d’un tratto. E poi il nulla. Ho immaginato con sconsolante angoscia la decisione di un uomo, un ragazzo che non ho mai conosciuto di persona; l’avevo notato svariate volte negli stessi luoghi, avvicinarsi a persone che anch’io conoscevo, senza che la sua taciturna e impacciata estraneità al mondo potesse impressionarmi particolarmente. Eppure non posso fare a meno, ancora oggi, di soppesare quelle che potevano essere le sue intime motivazioni, raffrontarle con le mie, producendo improbabili paragoni: non condivido ma evito di giudicare.
La cosa che tuttavia mi turba oltre ogni modo è la sua assenza. Beninteso, non mi riferisco tanto alla mancanza che posso provare io stesso nei suoi confronti; è piuttosto la mancanza che lui ha deciso di porre tra noi, tra sé e il mondo, che mi inquieta. Quella distanza abissale che suppongo incolmabile. Più che il metodo, il modo in cui questa situazione si è configurata – in fondo uno schiocco secco, deve aver pensato, nemmeno il tempo di provare dolore – mi tormenta l’evidente certezza per cui egli non è più; e tanto più, irreversibilmente. La mia suscettibilità aborre l’assenza. Non solo l’assenza di una persona a me cara, per la quale provare un senso di vertiginosa mancanza. Anzi, è proprio questo, forse, il nodo della faccenda. Mi ritrovo sgomento di fronte alla morte di un perfetto sconosciuto. Arrivo a concludere che sia la sua giovinezza a inquietarmi. È come se concedessi alla vecchiaia un primato che mal accetterebbe, come se il tempo naturale della morte fosse quello della vecchiaia. L’anziano che si spegne si è avvicinato faticosamente, in una lenta decadenza, a quel limite fissato oltre cui non si prosegue; il suo è un approssimarsi anche spaziale; si parla in fondo di essere giunti alla fine del cammino, ché in effetti tempo e spazio sono vincolati e la cessazione dell’uno significa necessariamente quella dell’altro; dopo aver percorso un certo numero di chilometri (1.000.000? 10.000.000.000?) le vecchie gambe tracollano al traguardo. Forse dovuto a una ormai consumata affezione alle cose, al mondo intero; o forse a una acquisita capacità di confronto con la fine; in ogni caso, la morte di una persona anziana appare in qualche modo giustificata. Diversamente, un giovane uomo, proprio per questa impensabile distanza chilometrica – ancorché per questioni anagrafiche – dalla propria estinzione, finisce vittima, oltre che della fine a cui è giunto, anche di questa disperazione per quello spazio, che rimane improvvisamente insuperato, tra sé e il mondo della sua potenziale e lontana vecchiaia. Ogni istante della sua breve vita sembra in realtà appartenere a un’infinita serie, una sequenza interminabile dalla quale nessuno oserà strapparlo. Si rimpiange al contempo la dipartita e il futuro mancato.
In fondo, nel suicidio – credo – egli non ha cercato l’estinzione di se stesso, quanto piuttosto del proprio dolore, della propria inadeguatezza al grido disperato che si produceva dentro se stesso, malgrado se stesso. Tutto questo denota probabilmente un’incrollabile fede cieca per una morte formalmente contrapposta al mondo, alla vita. Questo eliminarsi per eliminare la propria disperazione, come se fossimo noi stessi causa del nostro dolore e a questo potessimo rinunciare per nostra deliberata scelta. Ma che succederebbe se la sostanza di quella morte non fosse poi diversa? Se in fondo rimanessimo sempre noi stessi?
Eppure. Eppure potevi assistere indisturbato a scene strazianti, indelebili immagini confinate in una zona d’ombra, dove ricordi di vita vissuta e costruzioni della mente si combinano tra loro; e tu, difficilmente avresti potuto discernere. Accadde così anche con quei due bambini; ne osservavi con febbrile ossessione il pallore cadaverico; le loro voci non si spegnevano dentro di te, per quanto esili e inesistenti fossero i loro discorsi. Avevi mai saputo se si trattava di un film? Un horror come tanti, probabilmente. Nient’altro era rimasto, se non una scena, una sola. Sono uguali: sono gemelli? Forse. Uno è morto. L’altro rimane solo. Ma in qualche modo riescono ancora a vedersi, si parlano. Ti affascinava quel silenzio, piuttosto. L’uno, quello rimasto, riceve in dono dall’altro, quello che non c’è più, il dito di una mano, mozzato senz’alcuna efferatezza visiva con una grande cesoia da giardino. Non c’è dolore – non manifesto – nel gesto del bambino; eppure la scena suscitava un pianto sfrenato: avresti voluto versare tutte le sue lacrime; nel guardarlo, il volto angelico, ne assorbivi fino all’ultimo la disperazione necrofila. Il dito viene avvolto in un fazzoletto bianco e nascosto in una tasca. Più tardi quello stesso fazzoletto si aprirà: non è stato un sogno il macabro scambio; il dito è reale. Cosa rivelava l’episodio alla tua vita? C’era anche un pozzo – o era una fontana? Elementi per sviluppare una malinconia profonda, profetica; il distacco del bambino dal suo doppio rappresentava, per immagini, il tuo lutto personale, nascosto? Il lutto pressante di un’esistenza che comprendevi già esser stata privata della felice sbadataggine di quanti, saltando dallo smarrimento di ogni inevitabile fine direttamente al principio del sogno successivo, ignorano l’asfissiante sillogismo secondo cui se la morte è una cosa che riguarda tutti gli esseri che vivono, e tra gli esseri che vivono ci sei anche tu, allora la morte riguarda anche te.
Segnava la tua riflessione, inconsapevole perlopiù, questa angosciosa sensazione di inesistenza; come se le tue mani, le braccia, la testa, ma soprattutto una percezione interna, spiritesca o animosa, fluttuante, di te, fosse destinata a estinguersi, a disperdersi come nulla, nel nulla.
In effetti, il punto che inquieta il mio spirito è la cessazione, sotto ogni aspetto. Fino a un attimo fa, tu, ora cadavere, vedevi, muovevi impercettibilmente e inconsapevolmente le dita; il sangue scorreva a una certa velocità lungo i canali sterminati del tuo corpo cavo di cui peraltro avevi sempre conservato un’approssimativa conoscenza. Ma, soprattutto, avevi una intima sensazione di te; labile, volatile, imprecisa: ma innegabile. Ora cosa ti rimane? Nulla? La tua carne consunta, già ne vedo le pieghe corrotte disfarsi senza sosta, ti abbandona come abbandona questo mondo e lascia noi ammutoliti. Ma tu dove sei? Cosa può rimanere a te della vita? È la vita che ti abbandona? O non sei forse tu, responsabile o meno di questa decisione, a lasciarla? Sei tu la vita che se ne va? O la vita è questa che lasci a noi, e tu invece sei ora la morte? E come può essere la morte paragonata alla vita se permangono separate così, da un confine insormontabile, come due lembi d’una terra divisa?
Non mi preoccupa la sua sorte – non più di quanto possa essere importata a lui; ma affogo di tristezza al pensiero del suo corpo, nudo, freddo, posato su un tavolo. Nessun dolore che possa risvegliarne una reazione, nessuna esortazione, nessun ricatto. Camminare ancora dopo la morte? Possibile? Secondo un autorevole libro in materia: «Dalla morte non si torna. Quando c’è un ricordo che emerge, un cosiddetto episodio di morte apparente, non possiamo stabilire con certezza che si tratti della Morte. Morte è solo quando non si torna più…». Soffoco letteralmente al pensiero di questa fine, reale. Nessuno che abbia mai potuto dirmi basta con la stessa convinzione; mai più, mai più. È un punto fermo. Per noi che guardiamo increduli, con gli occhi certamente velati, ciechi. Vediamo noi stessi su quel letto, in quella bara. E la negazione di noi stessi. Uno specchio potente, la morte; libera dal disagio del transfert: non c’è accettazione o negazione dall’altra parte, non c’è appiglio. Si può anche fingere, ma lo si fa deliberatamente, con una certa accortezza. Almeno inizialmente, quando guardarla in faccia è ancora un’orribile esperienza. L’abitudine combinata al tempo, smorza qualsiasi paura.
L’aria è sempre più fresca qui, la riconosco pulita quanto raramente mi è capitato di provare. Il mio respiro, d’altra parte, è viziato. Non si tratta dell’ansimo, leggero. Ho ripreso ormai il ritmo; la mattinata di sole non è particolarmente calda, la salita è tutto sommato lieve. Potrei definirlo un momento di intensa pace. Ma il circolo dei miei pensieri, di nuovo, ruota attorno ai suoi lugubri monumenti. E tutto questo influenza in qualche modo anche gli odori che percepisco. Sento il profumo delle piante, del cielo vicino; ma s’insinua di continuo in me l’odore infame della morte. Crisantemi, fiori tombali. E poi rose appassite, avvizzite, lo stelo marcio in quell’acqua malsana, stagnante. È un nauseabondo insieme di odori; sensazioni che avverto procedere al ritmo dei miei pensieri; e i miei pensieri comandati da chissà quale meccanismo, chissà quale dinamica. Ma ne sono assorto, sprofondato. Tento di salire, per liberarmi dai miei pesi; ma non avrei forse dovuto liberarmi dei miei pesi prima di salire?
Occorre superare: filtrare, raffinare, selezionare. Un sentiero di scorie traccia questo cammino, una lunga coda fatta di avanzi che va dal mio tallone sollevato al primo passo nel mondo.
Sono esausto, dentro.
Sono partito quasi d’impulso, questa mattina, convinto di riuscire a trattenere ancora una volta l’esasperazione entro livelli accettabili. Ci sono giorni in cui mi riesce meglio, altri in cui posso solo sopportare il peso cercando di resistere. Sono pervaso ormai, fisicamente, dall’incrollabile certezza che quell’istante ci sfiorerà tutti un giorno. Tutti dovremo rimanere addormentati, gli occhi chiusi. Così il passo sarà breve – forse altrettanto intenso, ma breve – quando gli occhi tenteremo di aprirli e non ci sarà più possibile farlo. Le palpebre pesanti come marmo. Nessun controllo, nessun movimento. A quel punto, perché rimanere? Eccoci liberi di trascendere, salire, svaporare. Per sempre. Eterni spiriti scorporati, fantasmi svincolati dalla vita che fluttuano in cieli senza confine. Qui solo decomporsi e ricomporsi di carni, pelle, ossa. Tutto ciò che marcisce rinvigorisce qualsiasi cosa stia nascendo. Ma i profumi, il calore, gli odori di chi muore? Possibile che svaniscano anch’essi? L’odore che è mio, quel calore che sprigiono costantemente, d’inverno e d’estate, che le persone che mi conoscono considerano una parte integrante di me, dove finisce? Quando il mio corpo riposa senza più destino, cosa rimane di me? Qual è la caratteristica che più mi identifica? Cos’ha di me una massa incorporea, se non le mie dimensioni, se non le mie sensazioni, se non le mie emozioni… Non sono io il mio corpo?
Sono partito, dicevo, convinto di riuscire per una volta a lasciarmi alle spalle i pensieri che mi tormentano da sempre. Eppure sono ancora qui, immerso totalmente, incapace di vivere senza pensare alla morte. Ho la sensazione di essere rimasto contagiato; un morbo raro, eppure tenace, un raffreddore cronico, una febbre indomabile che mi consuma. Ogni giorno lotto per guarire dalle mie ossessioni, cerco rimedi alla mia malattia, ma il virus non demorde. Non si tratta di giungere a improbabili conclusioni, di arrivare a una soluzione insperata. Io anelo semplicemente alla guarigione, tento di stimolarla. Guarire significa per me, ora, liberarmi da quest’ossessione; ma non la posso evitare, ho la necessità di osservarla bene e di perdermici dentro.
Eccomi in mezzo alla natura che tutto divora; sono lontano dai rumori assordanti, dal traffico, dall’asfissiante civiltà. Eccomi qui. Il sentiero è giunto all’altipiano. Si estende un vallone davanti a me, chiuso sui due lati e frontalmente da verdi pareti di montagne pesanti. La mia via si inerpica sinuosa tra collinette più o meno pronunciate, verso il colle, lassù. Scorgo una via staccarsi e prendere a zig-zag, verso l’alto. Non indugio in smaniose immagini di corruzione. Mi faccio avanti, piano piano. La fatica potrà farsi insostenibile, ma non ho fretta. Ci voglio arrivare. A costo di morire lì.
(da Morire, cap. 5)