sabato 13 giugno 2009

Reperto n 4 ab7 di Osvaldo Galletti

Le seggiole delle seggiovie, sono agganciate con una morsa a cavi d’acciaio grossi come il polso di un tennista. Sono cordami fatti di funi meno grandi che girano in modo lento, uniforme e regolare come una vite senza fine. Mentre le guardava sembrava slittassero una sull’altra. Si avvitavano seguendosi a vicenda. Formavano un impacco senza spiragli di fibre parallele. Le osservò meglio. Queste funi a loro volta erano formate da un intreccio di sottili fili d’acciaio che curvavano uno sull’altro, scivolavano lentamente. Quando giocava a seguire il percorso di un minuscolo filo delle corde del cavo non poteva più ritrovare il punto da cui aveva iniziato a osservare il cavo perché il cavo a cui era appeso si muoveva, portava tutti in cima. Allora si metteva a pensare a leibniz e alle monadi, a come ognuna riassumesse in sé tutte le altre e a quando un professore della scuola superiore gli aveva raccontato che il filo di bava dei ragni è una struttura biologica perfetta per fare delle corde resistenti a ogni tipo di carico. “Chissa se veramente qualcuno la studiava questa cosa”, si chiese. Poi si mise a pensare ad antenna tre veneto e al nuovo programma erotico che avevano lanciato. Una casa produttrice di film per adulti sovvenzionava la piccola emittente locale. Era un programma soft in cui venivano intervistate le attrici con domande piccanti ma con tono colloquiale cercando di renderle meno anonime. Anche questo settore risentiva della crisi. Era un programma estremamente curato nella veste grafica con stacchi musicali e con tutti gli espedienti della grafica televisiva, passe-partout colorati, ombre di donnine che ballavano, susurri a tempo di musica.

Sobbalzò sulla seggiola come se fosse su un cavallo a dondolo sgangherato. Stava passando su un pilone. Per un istante pensò a Elvis[1], poi allo zio accusato di pedofilia e si intimorì dei pensieri che faceva. Una attrice di questo format era bielorussa, secondo lui era proprio la fotocopia di Ilary Blasi, una conduttrice televisiva che faceva la pubblicità di una connessione internet con un famoso calciatore romano, ma anche “le iene”, programma che tutti conoscevano. Questa bielorussa, in arte “stella alpina” si dimenava sulla paglia, faceva ginnastica o il bagno in piscina…monopolizzava quasi tutto il palinsesto del programma.

Diede un colpo su uno sci con la racchetta e caddero giù dei grumi di neve. Affondarono senza rumore nella neve sotto di lui.

Un’altra invece aveva i capelli rossi e gli ricordava una. Sembrava una bestia selvatica. Era un pò più vecchia delle altre ragazze,e ammiccava di meno. Non aveva il solito viso con grandi occhioni luccicanti, viso smussato, labbra carnose. Aveva un muso largo ma anche spigoloso. Nonostante le varie inquadrature del programma non capiva mai del tutto che forma avesse e non aveva il solito nasetto.

“Era diversa. Un bel muso. ‘Muso’ non va bene” pensò. Un intervistatore le aveva chiesto se si fosse rifatta il seno. “Di sicuro non poteva essersi fatta una plastica al viso” pensò, inarcando le sopracciglia. Sobbalzò sugli utimi piloni e si ricordò di alzare il poggia sci di sicurezza quando era già sopra le reti arancioni di protezione.

Era l’unica che nelle finte interviste aveva esplicitamente detto “domani dobbiamo fare una cosa con due vibratori, speriamo non siano tanto grossi perché…”. Per essere così disinvolta e sfacciata doveva essere proprio satura di quel lavoro. Nelle interviste aveva detto che le piacevano due film: the italian job e point break, uno di questi piaceva anche a lui.

“tutto finto, studiato” pensò. Poi se la immaginò stanca di tutto quel mondo, finalmente smetteva di lavorare e aveva una storia d’amore con un cieco perchè le sembrava di avere il corpo unto da tutte le occhiate, persino le più casuali, che la gene le rivolgeva.

Arrivò alla fine della seggiovia, alzò il poggia sci e si lasciò scivolare fino allo spiazzo fuori dall’ arrivo dell’impianto di risalita dove tutti si riassettavano prima di disperdersi per le piste.

Poi improvvisamente la vide. Si bloccò. Era proprio lei. La rossa.

“Cazzo, cazzo, cazzo. Non è possibile” pensò, “E’ lei”.

Non sapeva come si chiamava. Era sola, lì sullo spiazzo. La tuta da sci non la sminuiva. Maltrattava gli sci. Scalciava a terra cercando di far scattare gli attacchi per agganciare gli scarponi. Aveva uno zoccolo di neve ghiacciato sotto lo scarpone destro. Lui faceva finta di guardasi attorno, fingeva di assaporare il freddo e il verde degli abeti. Ma si sentiva la faccia tostata come quando da fuori si entra nelle baite lungo le piste. “Cazzo, cazzo” non sapeva decidersi e allora ///

( a questo punto il testo si interrompe)



[1] Non si conosce la precisa natura del riferimento dell’autore. E’ stata avanzata l’ipotesi, tutta da confermare, di una tradizione religiosa circoscritta e di carattere popolare. Ndc

Osvaldo Galletti

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